Maturità e DSA

Fabio: “adesso dottoressa, mi devo prendere un anno sabbatico. La scuola è stata per me un inferno”.

Rebecca: ”Non mi hanno mai valorizzata, forse non sapevano valutarmi. sono arrivata     all’ammissione con pochi crediti.”

Giovanni: “Durante la prima prova ero terrorizzata. Non ho ricevuto nessun sostegno emotivo neppure dai membri interni”.

Paola: ”Avrei dovuto trovare il pc sul mio manchino ed invece sono andata io a prendermelo! Ecco come ho iniziato la prima prova.”

I nostri ragazzi con DSA esperiscono situazioni non sempre incoraggianti durante il loro percorso di studi.

La scuola è la principale agenzia formativa dopo la famiglia.

Il percorso che costruisce la nostra personalità inizia da quando cominciamo a respirare e ci accompagna tutta la vita.

A scuola impariamo non solo contenuti e abilità ma anche a muoverci nel mondo. Instauriamo molteplici relazioni, con i pari, con gli adulti significativi. 

In questo vivaio di apprendimenti impariamo a conoscerci ed a capire come funzioniamo.  Nei primi anni della scuola può avvenire, purtroppo, l’innesco di una spiacevole credenza che è quella di pensare di non valere, di non potercela fare.

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Come avviene? Semplice. Uno degli strumenti della didattica è la valutazione. Uno strumento utile a comunicare più che a giudicare. Gli studenti con diagnosi DSA dopo l’iter diagnostico si vedono ricevere dalla scuola il Piano Didattico Personalizzato che predispone appunto un progetto curriculare ad hoc. Sembrerebbe fatta. No. Tutt’altro. Il bambino/a sin dala diagnosi andrebbe accompagnato dai genitori/educatori/tutor/insegnanti ad accettare e soprattutto conoscere i propri punti di debolezza e di forza. Si eviterebbe il fatto che molti di loro temono il giudizio dei pari. Accade sovente, che il corpo docente, con l’intenzione di proteggerli e tutelarli, avvallano l’idea di non parlarne in classe. Ebbene, ciò porta ad una serie di passi nefasti.

Se non conosco i miei limiti/difficoltà, non gli accetto e non ne parlo, avrò sempre un atteggiamento ambiguo.

Spesso mi camufferò come un ragazzo svogliato, disinteressato; altre volte cadrò in depressione senza saperlo e senza che gli altri lo capiscano. Rifiutandomi di parlarne eviterò di usare a pieno diritto, gli strumenti compensativi e dispensativi e la scuola diventerà un vero e proprio calvario. Una delle tematiche più importanti nella vita dei ragazzi con DSA è la valutazione delle loro prove. E’ frequente che a parità di prestazioni vengano giudicati differentemente.

Non è raro che mi capiti di incontrare giovani pieni di rabbia inconscia e come conseguenza sviluppare il comportamento del “gettare la spugna”. Il loro mondo conscio e inconscio è denso di immagini e credenze negative e pessimiste anche sulla loro vita futura. Per chi non è del mestiere sembrerà impossibile che ciò avvenga: “per quanto mi impegni…tanto… non serve a niente”; “ho risposto a tutte le domande facendo anche collegamenti storici ed ho avuto una valutazione misera. Perché?”

Il tema della valutazione dispone di indicazioni precise dal MIM Ministero dell’Istruzione e del Merito. Il punto è che valutare richiede quell’equilibrio fra un puro ragionamento razionale, burocratico, tecnico e la volontà di comunicare il proprio punta di vista sulla prestazione con il fine di educare e di promuovere la crescita non solo della disciplina ma dell’individuo. Non dovrebbe essere avvertito come un giudizio ma come uno stimolo a migliorarsi. La valutazione deve servire ad aiutare a camminare insieme in un percorso che per alcuni è più difficoltoso.

Può essere un nemico per l’insegnante dare ascolto a dicerie o basarsi su una conoscenza troppo superficiale dell’alunno senza valorizzare quegli aspetti complessivi della persona che potrebbero emergere con un dialogo personale anche sulle difficoltà stesse.

Per un ragazzo con diagnosi in DSA la valutazione è lo spettro peggiore, come se attraverso di esso si concretizzasse la definizione di chi è, di cosa vale. 

Non è raro che lo studente con DSA a fine percorso scolastico accusi più delusioni che soddisfazioni.

La maturità è vista allora come un tuffo nel buio.

A mio avviso le famiglie e la scuola dovrebbero lavorare negli anni scolastici ad incoraggiare e promuovere la fiducia nei propri punti di forza.

Valido aiuto possono essere figure quali tutor o persone che semplicemente accompagnano i ragazzi ad organizzare il materiale di studio, a comprendere intimamente le proprie difficoltà e affrontarle insieme.

Queste persone non possono essere in nessun modo i genitori o parenti poiché la relazione preesistente promuove atteggiamenti e manifestazioni il più delle volte non supportive.

Valeria: “mamma, a volte, mi urla dicendomi che non mi impegno abbastanza!”

Serena: “babbo, quando vede che non capisco un concetto di matematica, esce dalla stanza senza dirmi niente. Gia! Lui è ingegnere!”

La persona che aiuterà i vostri figli nei compiti assolverà a varie mansioni: aiuto, sostegno, spiegazione, condivisione e anche gioco.

Potrà, quindi, svilupparsi un rapporto di confidenza e di fiducia che permetterà nei momenti bui di trovare un vero e sincero rifugio.

Quando la maturità si avvicina e i nostri ragazzi iniziano ad avvertire ansia e confusione, l’educatore avrà, allora, la funzione di tenere fermo il timone, informarsi sul da farsi magari contattando il coordinatore della classe e diventando l’interlocutore privilegiato fra la scuola e la famiglia. Procedendo, la studentessa o lo studente sentirà “normalizzare” l’evento. Capirà come dovrà comportarsi cognitivamente e comincerà a strutturare il percorso scolastico finale. 

La famiglia saprà, allora, supportare l’aspetto emotivo senza essersi sovraccaricata di quello scolastico. 

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Salve, sono la dottoressa Silvana Russo

Silvana Russo psicologa psicoterapeuta, ritratto in stile flat catoon

Spesso il primo passo per stare meglio è semplicemente chiedere aiuto.

Quando le difficoltà o i momenti di crisi pesano troppo, ti offro uno spazio sicuro e senza giudizio per ritrovare il tuo equilibrio.

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